Storia dell'Italsider by Damiano Smith , Emanuele di Maro e Andrea Serao
Storia
Cartolina postale
dello stabilimento Ilva di Bagnoli. Vasche e pontile, Napoli 1905
Il primo altoforno nel
1909
Inaugurazione dello
stabilimento, 1910
Lo stabilimento siderurgico di Bagnoli, sorto per sfruttare
i benefici della legge speciale per Napoli del 1904, entra in produzione nel
1910, occupando circa 1.200 operai.
Alla vigilia del conflitto gli operai sono più che
raddoppiati (2 500 circa) e aumentano ulteriormente durante la guerra,
sotto il regime della “mobilitazione
industriale”. L'Ilva è tra le prime aziende a ottenere il requisito della
“ausiliarietà”, tramite il quale organizza l'attività produttiva in base alle
esigenze belliche della nazione.
Dopo la guerra nasce una nuova società con un programma
ambizioso, basato sulla polisettorialità e mirante al controllo diretto di
tutte le attività collegabili alla produzione siderurgica.
La produzione di ghisa a Bagnoli tra il 1934 e il 1940 passa
da 110 000 a 317 000 tonnellate, mentre quella dell'acciaio da
138.000 a 177.000. Il numero di occupati, sfruttando anche il ruolo che il
Fascismo assegna a Napoli, fra le più importanti città dell'Impero, giunge nel
1937 a superare le 4.000 unità.
La guerra produce danni ingenti agli impianti. I maggiori a
Bagnoli sono quelli procurati, nel settembre del 1943, dai tedeschi in
ritirata. Di fronte alla resistenza degli alleati a consentire la ripresa
produttiva a Bagnoli, sono le stesse maestranze ad assumere spontaneamente le
iniziative necessarie alla riapertura. Nel corso del 1944, da marzo a giugno,
gli operai passano da 500 a 800[2].
L'officina della
Sezione Sau (Servizi automazione) nel 1955
Operai al lavoro al
quarto altoforno nel 1955
Napoli - Bagnoli,
Cementir e Italsider. Anni sessanta-settanta
Il dopoguerra
Grazie all'appoggio del governo De
Gasperi, all'impianto di Bagnoli viene restituita una centralità produttiva
rilevante e una conseguente forza politica e sindacale che contrasta con la
marcata deindustrializzazione dell'area.
Nel 1962 le necessità di ampliamento dello stabilimento
portano alla costruzione di un riempimento a mare (colmata) e di un lungo
pontile (il "Pontile nord") per lo scarico delle navi pesanti.
Nel 1964 lo stabilimento cambia la denominazione in Italsider -
Stabilimento di Bagnoli. Negli anni sessanta e settanta, con la costituzione
dell'Italsider, del quarto centro siderurgico di Taranto e
il programmato quinto centro a Gioia
Tauro, lo scontro sindacale e industriale si sposta verso la ricerca di più
difficili equilibri. In seguito si continuerà a lungo a coltivare l'illusione
di potersi ritagliare uno spazio importante nella produzione mondiale,
nonostante le nuove sfide competitive e i vincoli della Commissione europea. Il
risultato finale sarà non solo il fortissimo ridimensionamento della grande
siderurgia, ma anche, per ciò che riguarda Bagnoli, la dismissione e il
continuo differimento della bonifica dell'area.
Nel 1969 si verifica Il primo calo di produzione dell'Italsider.
Intorno alla metà degli anni settanta del novecento,
l'Italsider di Bagnoli si estende su un'area di circa 2 milioni di mq, in parte
ricavati con i riempimenti di superficie marina; dispone di una capacità
produttiva di 2,3 milioni di tonnellate di acciaio ed è specializzato in travi
IPE, HE, tondo per cemento armato, vergella, nastri stretti laminati a caldo,
tondo per tubi e semiprodotti. Nel 1975 vengono prodotti 1,6 milioni di t di
acciaio, nel 1976 circa 1,5 milioni di t, e nel 1977 circa 1,6 milioni di t.
Gli impianti di Bagnoli sono sufficientemente moderni per
ciò che riguarda l'altoforno e l'acciaieria. Risultano adeguati anche gli
impianti per lo scarico delle materie prime, i parchi fossili e minerali, e gli
impianti di omogeneizzazione e agglomerazione. Grosse deficienze si rilevano
nell'area della laminazione. Nel 1974 l'Italsider effettua investimenti per 18
miliardi di lire in opere di disinquinamento.
La ristrutturazione degli impianti
Nel giugno 1977 i dipendenti del centro siderurgico di
Bagnoli sono 7976. A questi quasi 8000 dipendenti direttamente impiegati nello
stabilimento vanno aggiunti circa 1000 dipendenti di terzi impiegati
stabilmente in lavori all'interno del centro siderurgico, oltre ad un numero
imprecisato di lavoratori impegnati dalle ditte appaltatrici per lavori
discontinui di manutenzione straordinaria e di ristrutturazione impiantistica.
La scelta della Finsider di convogliare enormi risorse nella
realizzazione e nell'ampliamento del grandissimo complesso di Taranto,
penalizzeranno non poco l'impianto di Bagnoli, condannandolo all'obsolescenza
tecnologica. Soltanto nel 1977-78, quando la crisi morde già da qualche anno,
si giunge alla decisione di costruire un laminatoio coils. Da lì a poco si
prospetta la necessità di un intervento radicale.
La realizzazione del programma di ristrutturazione è
prevista in tre anni, con una spesa di 415 miliardi di lire (al valore 1977)
che vanno ad aggiungersi ai 133 miliardi di lire per i lavori già in corso
nell'area primaria, agli interventi di razionalizzazione in acciaieria ed ai
provvedimenti ecologici.
La volontà è che Napoli si inserisca "nel processo di ricollocazione
dell'Italia nella nuova divisione internazionale del lavoro" e la nazione
non venga più considerata la "pattumiera dei coils"
Lo Stabilimento - da
Posillpo - nella prima metà degli anni '80
Tra la fine degli anni settanta e gli inizi degli anni ottanta
del novecento, vengono avanzate varie ipotesi di ristrutturazione, tra cui
quella mirante alla «progressiva chiusura» dello stabilimento e che incontra la
ferma opposizione dei lavoratori. Dopo un vero e proprio braccio di ferro tra
impresa, maestranze e sindacati, il 3 novembre 1981 — «il martedì nero di
Bagnoli» — il ministro Gianni De Michelis, in una tumultuosa assemblea di oltre
2.000 lavoratori, propone lo spegnimento dell'altoforno e 6 mesi di cassa
integrazione. Sia pure in maniera travagliata, passerà la linea
dell'ammodernamento dell'impianto basata sulla costruzione di un nuovissimo
treno di laminazione.
Nel novembre 1982 viene fermato lo stabilimento (eccetto il
treno travi e la cokeria), si avvia lo smantellamento dei vecchi impianti e si
accelera la costruzione dei nuovi. Muore così l'Italsider e nasce la Nuova
Italsider, concentrando in un'unica società i centri siderurgici di Taranto, Bagnoli, Cornigliano e Novi Ligure, e gli stabilimenti di
Campi, Lovere, Trieste e Savona, nonché la flotta sociale e le
strutture direzionali e commerciali. Gli stabilimenti di S. Giovanni Valdarno e
Marghera vengono scorporati e assegnati alle Acciaierie di Piombino. Nel 1984 vengono
ultimati i lavori di ristrutturazione del centro siderurgico: il mese di luglio
vede l'avvio dell'altoforno ed in agosto entra in esercizio l'intero ciclo
produttivo. A questo punto il centro siderurgico di Bagnoli si presenta
completamente rinnovato. L'area sulla quale insiste è la stessa, ma con il
vecchio centro siderurgico è confrontabile solo per questo aspetto. È uno
stabilimento assolutamente nuovo quello che si presenta ad un osservatore che
ricorda il “grigiore” di venti, quindici o dieci anni prima.
Nel settembre 1985 i vertici aziendali decidono di non
procedere alla riparazione, giudicata lunga e costosa, della gabbia del nuovo e
modernissimo treno di laminazione BK. Senza di esso e puntando esclusivamente
sui coils e sulla banda stagnata, l'Italsider di Bagnoli viene resa più
vulnerabile, perché maggiormente esposta alle oscillazioni del mercato. La
forza lavoro scende nel 1986 a 4.174 unità, per poi ridursi sempre più
drasticamente.
La chiusura e la dismissione
Dal 1985, solo due anni dopo l'ammodernamento degli
impianti, il Comitato per la Siderurgia prevede la chiusura progressiva dello
stabilimento per l'impossibilità di realizzare la ristrutturazione in base alla
normativa urbanistica vigente del Comune di Napoli. Lo stabilimento della Cementir è
costretto a riconvertire la sua produzione.
Il 20 ottobre 1990, con l'ultima colata, viene spenta
l'«area a caldo» del centro siderurgico di Bagnoli
L'impianto propriamente Italsider chiuderà ufficialmente nel
1992.
Nel 1994 inizia una prima fase di generale dismissione e
bonifica dell'area. La colata continua viene smantellata e rivenduta alla Cina, l'altoforno 5
all'India; i
forni a calce sono ceduti nel 1997 alla Malaysia; nel
2001 avviene lo smantellamento del moderno treno di laminazione che venne
ceduto alla Cina dopo una vita di appena cinque anni, caratterizzata da
inadeguati livelli produttivi. La vendita dei macchinari fruttò allo Stato
circa venti miliardi di lire, a fronte di investimenti molto più ingenti
effettuati per ammodernare lo stabilimento e renderlo compatibile con
l'ambiente. Pochi anni prima erano stati, infatti, realizzati impianti di abbattimento
delle polveri, depurazione delle acque e insonorizzazione, oltre che la
strutturazione di un'area verde.
Tra il 1996 e il 1999 vengono smantellati e rottamati molti altri capannoni, la
centrale termoelettrica e le caldaie.
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